Intervista a Maurizio Scarciglia , NAUTA Architecture & Research (Rotterdam) . Voce di un italiano all'estero.

A volte nascono dei rapporti tra individui quasi per caso , senza una ragione precisa ma allo stesso tempo nemmeno scontata. Ed così che grazie alla tecnologia , che tanto allontana ma che a volte è anche in grado di avvicinare , ecco che due personalità entrano in contatto. Da una parte un giovane che guarda lontano e spera di arrivarci prima o poi. Dall'altra un professionista affermato che nonostante l'aver spiccato il volo ha ancora la forza e la volontà di guardare alla sua terra.



Maurizio Scarciglia , Architetto Italiano fondatore dello studio NAUTA di
Rotterdam , si racconta in sette quesiti.



    Perchè la scelta di partire , di staccarsi dalle proprie radici?

Credo che la scelta di partire non sia per nulla legata ad un senso di fuga, luogo comune. Penso che più semplicemente mi abbiano guidato la curiosità ed il desiderio continuo di conoscere. Per me viaggiare è un pò un’ ossessione che guida tutto ciò che faccio, sia personalmente che professionalmente e che è diventata poi la base del business plan di NAUTA. Credo che sia impossibile fare l’ architetto e l’ urbanista senza viaggiare ed osservare le differenze umane.
Partire per l’anno Erasmus è stata la prima tappa, proporzionata alla mia età ed alle possibilità di allora, per soddisfare il mio desiderio di scoprire. E per questo ho scelto di farlo in un posto come l’ Olanda, con il quale sentivo un’ affinità intellettuale per il modo di vedere la professione dell’ architetto. Da questo punto di vista vivere, studiare e lavorare in Olanda mi ha dato la conferma che quest affinitá era fondata. Stare all’ estero pero’ aiuta anche a comprendere il legame con le proprie radici e con l’ educazione ricevuta. L‘ esperienza internazionale mette in luce le nuances della vita, insegna che non esiste né il bianco né il nero ma che ‘la verità’ delle cose sta nel grigio. Comprendere queste nuances è per me fondamentale, e lo si fa a mio parere solo confrontandosi col diverso, quindi allontanandosi.

 Raccontaci la realtà da cui provieni e il motivo per cui hai deciso di fare l'Architetto.

Sono pugliese, precisamente cresciuto ad Avetrana, in provincia di Taranto. Nessuno dei membri della mia famiglia fa l’ architetto e nemmeno attività relazionate alla costruzione. La mia ‘attitudine’ si é semplicemente manifestata fin da piccolo,come accade a molti colleghi, quando ancora non avevo idea di cosa fosse l’ architettura. Già da allora l’ idea di costruire e articolare forme nello spazio attraeva molto la mia attenzione. Durante il liceo ero interessatissimo alla storia dell’arte, grazie ad una eccezionale insegnante, fino a scoprire all’ inizio dell’ Università che si trattava di un profondo interesse per l’ architettura. Col tempo poi e con un pó di anni di esperienza gli interessi si sono articolati, fino ad ora, momento in cui non piu’ come entità singola ma insieme al mio collettivo di architetti ed urbanisti, lavoro assiduamente su temi di ricerca che spaziano dalle implicazioni territoriali del costruire fino agli aspetti più sociali ed antropologici dell’ urbanizzazione contemporanea.

 Quali sono i ricordi dell'università che custodisci con particolare gioia e malinconia?

Ammetto di essere stato uno studente un po' ‘nerd’, ed i miei ex colleghi universitari lo confermerebbero facilmente. Rimpiango un po' il non essermi concesso degli studi più spensierati e goliardici, ma posso affermare che la mia assiduità fosse solo il frutto di un genuino interesse per la disciplina. Suonerà un po' nerd ancora una volta, ma studiare non mi pesava; era la mia natura e mi rendeva felice. Credo che per fare l’ architetto non basti studiare architettura. Sono troppe le discipline legate al nostro ruolo sociale e professionale, tali da richiedere un enorme dispendio di tempo per studiare ciò che ci circonda. Avendo sentito questa necessità fin dal principio, mi sono rinchiuso nello studio, forse un po' troppo. Se dovessi descrivere una ragione per essere un po' malinconico quindi, direi che stia nell’ occasione persa di vivere più intensamente la socialità della vita universitaria. Sono molto legato ancora adesso a tantissimi colleghi di studio per i quali sento un genuino legame affettivo ma mi spiace non aver avuto l’ attenzione per godere abbastanza della loro vicinanza quando abitavo a Roma. Adesso siamo tutti sparsi per il mondo.

Vorrei poi menzionare un aspetto a cui tengo molto. Sento spesso gente lamentarsi dell’ educazione ricevuta dalla propria Universitá con forte autocritica verso l’ Italia. A distanza di anni devo ammettere che, sebbene studiare a Roma (ed in Italia in generale) possa essere per alcuni aspetti frustrante(mancanza di fondi, cattiva qualità dei servizi per non parlare del nullo apporto internazionale alla didattica, gravissimo per un paese che ambisca alla globalizzazione), non lo rimpiango affatto. Alla Sapienza non ho mai sentito grossi ostacoli da parte dei docenti nello sviluppo della mia identità di architetto. La maggior parte delle volte sono stato piuttosto incoraggiato a seguire il mio istinto, i miei interessi e tendenze creative. È pur vero che avevo già una certa ‘tenacia’ nel difendere le mie idee, e che ciò mi aiutava a rispondere a critiche o consigli guidati dall’ opinione personale dei docenti. Tuttavia, devo dare atto di quest'apertura a molti professori che, sebbene non più giovanissimi e con una precisa impostazione ideologica e progettuale, non mi hanno mai ostacolato. Qualche eccezione c’ è sempre, ma gli stupidi stanno ovunque purtroppo.

Sarebbe bellissimo se un giorno gli stessi professori capissero che si cresce e che i loro studenti non siano più tali, ma professionisti con storie personali e professionali con le quali essi stessi possano confrontarsi. Alla fine siamo tutti architetti e colleghi. Questo noioso baronismo mentale purtroppo è innato in Italia.

 Guardando ad oggi. Rotterdam...
NAUTA Architecture & Research: organizzazione , missione etica e filosofia architettonica.

Ho fondato NAUTA Architetcure & Research alla fine del 2006, dopo l’ esperienza professionale piu’ importante nella mia carriera lavorando per OMA. Sebbene abbia un pó accorciato le tappe iniziando la libera professione a 29 anni con uno studio all’estero, le esperienze pregresse sono state piuttosto intense. Brevissimo periodo presso lo studio Rebecchini a Roma (il mio relatore di laurea),da Fuksas a Roma, poi EEA Erick van Egeraat (Rotterdam) e infine OMA (Rotterdam).
Ho scelto di lavorare per OMA perché da sempre sentivo una forte attrazione verso il modo di progettare di Koolhaas, a mio parere più attento alla narratività dell’ architettura ed all’ esperienza architettonica a tutto tondo, che non alla percezione dello spazio.

Per me fare architettura è come girare un film. Non mi interessa solamente l’ oggetto in se, ma più le sue implicazioni percettive ed il suo ruolo urbano. L’ esperienza da Koolhaas ha risvegliato in me un senso, adesso riaddolcito, di protesta verso un eccessiva concettualizzazione dell’ edificio ed una rinnovata attenzione a temi piú basilari come l’eleganza, la materia, la sensualità ed il contesto. Per rendere l’ idea, ho sentito una forte attrazione per l’ architettura Portoghese, piú cruda e semplice (anche se solo apparentemente). Per questo ho iniziato NAUTA senza particolari progetti commissionati, senza certezze, con un gruppo di amici e colleghi di Rotterdam, con l’ obiettivo di ricercare il punto di incontro tra oggetto architettonico e ‘sceneggiatura’.

Gradualmente come a volte succede il gruppo si è sfaldato per diverse ragioni sia pratiche che personali ma non ho mai pensato di rimanere da solo, prova ne sia il nome impersonale dello studio.
Da allora per alcuni anni ho lavorato con un gran numero di stagisti provenienti da ogni luogo.
Ora NAUTA è più strutturato, sia per necessità professionale che per il piacere rinnovato di avere colleghi e ‘complici’ quotidiani. Paul Kierkels, mio collega Olandese (architetto associato), é responsabile del mercato del Benelux e Francia. Mahnua Hou, economista Cinese, é la nostra Business developer per il mercato asiatico. Attualmente abbiamo un team di architetti ed urbanisti provenienti da Cina, Francia, Italia e Spagna, ed un fitto network di collaborazioni Internazionali a scala mondiale, unico modo per poter rendere sostenibile la crescita che speriamo di avere.

Il nostro motto è : NAUTA produce design responsabile. Purtroppo l’ aggettivo ‘sostenibile’ è così associato a limitati suoi aspetti che per noi il senso della parola è espresso al meglio dall’aggettivo ‘responsabile’.
Lavoriamo su progetti architettonici, urbani e culturali, visto che l’ attuale crisi della professione, come noto, ci impone di usare la ricerca come strumento per trovare commissioni e progetti.

Tempo fa, durante una conferenza, una giornalista ha affermato che il motto di NAUTA potrebbe essere ‘saved by research’. Credo che abbia avuto un’ intuizione geniale nel sintetizzare perfettamente cosa sia per noi la ricerca. Nonostante per molti possa sembrare un inutile dispendio di energie e di tempo non retribuito, qui da NAUTA spendiamo il 70% del nostro tempo sulla ricerca perché solo essa ci permette, da giovane studio internazionale, di poter offrire una professionalità che un portfolio di opere costruite ancora troppo scarno non potrebbe offrire. L’ offerta di architetti è troppo ampia per aspettare di costruire, per questo NAUTA non offre solo progettazione, ma anche strategia, ingegno, flessibilità nel risolvere complesse problematiche connesse all’Urbanizzazione, sia in contesti vergini e naturali che in quelli più complessi, in cui l’ Urbanizzazione raggiunge aspetti subliminali. Per questo lavoriamo su progetti di turismo sostenibile nelle isole Galapagos, così come su masterplan multifunzionali in città emergenti Cinesi o città satelliti in Islanda, o ancora su strategie di recupero economico e funzionale dell’edilizia del dopoguerra a Rotterdam, colpita dalla crisi immobiliare, o su strategie di comunicazione e branding per eventi culturali.
Per chi sia interessato a sapere più a fondo i principi del nostro metodo lavorativo consiglio molto semplicemente di leggere il nostro statement ‘RESPONSIBLE DESIGN’ sul nostro sito (www.nauta17.com ).


 Differenze sostanziali tra Italia e Olanda ( contesto e opportunità).

In Olanda non si usa nemmeno in titolo di ‘architetto’. Credo che questo esorcizzi l’ ufficialitá del nostro ruolo, eliminando gli orpelli intellettuali legati all’atto creativo. L’ Olanda insegna che l’ architettura é un business, come vendere la mortadella o riparare un rubinetto intasato. Ciò non svilisce i contenuti del nostro lavoro ma aiuta a canalizzare le energie creative dell’architetto in una direzione necessariamente piú manageriale. È per questa ragione che molti studi di grande scala sono localizzati nel nord dell’Europa; perché un certo ‘cinismo’ permette loro di spersonalizzare l’ atto creativo e disconnetterlo dal puro business, vero protagonista dell’attività quotidiana dell’architetto. Altro aspetto è legato all’ importanza del lavoro di gruppo, senza timori legati a ‘chi partorisca l’ idea progettuale. L’ architettura non è una proprietà intellettuale, concetto indigesto per molti architetti. Fissati dei valori di base da perseguire, qui da noi un progetto si discute, si critica, senza preconcetti. Mi ritrovo spesso davanti a nuovi membri del team, anche molto giovani, perplessi davanti alle follie, talvolta anche orribili, che io stesso propongo in un brainstorming progettuale. Mi pare di leggere nella loro mente: ma sta davvero proponendo questa assurdità? Ebbene, l’ attitudine a testare tutte le opzioni e criticarle, anche quelle più brutte e apparentemente insensate, dischiude opportunità spesso inaspettate e molto valide, oppure rafforza l’ inattaccabilità dell’ opzione considerata più logica da tutti. Solo così l’ architettura si può liberare dal suo vecchio fardello di soggettività legato al gusto personale dell’architetto. Ciò non toglie che l’ atto finale richieda comunque una interpretazione dei dati analitici, ma la sintesi finale è meno astratta e più forte rispetto alla critica.

Il contesto attuale Olandese è drammatico esattamente come quello Italiano. Il mercato delle costruzioni è paralizzato, con eccezione dei cantieri che, ormai avviati, non possono per ovvie ragioni pratiche non concludersi.
So bene che ciò sembri poco reale a chi viene in Olanda di tanto in tanto e vede spuntare qua e là un nuovo edificio, ma rispetto ai tempi d’ oro del ‘Super Dutch’, la situazione attuale è drammatica.
Tuttavia, l’ architettura è presente nella società e nella testa di chi fa politica in questo paese. Questo fa una differenza enorme, in termini di sostegno e solidarietà per chi vive gli effetti della crisi. Fare architettura richiede tantissimi servizi e facilitazioni esterne, quali eventi culturali, eventi di networking, promozione internazionale, aiuto dalla Camera di Commercio; attività ancora vive in Olanda e che offrono ossigeno ai giovani studi non ancora affermati. Un po' di sano sciovinismo regna anche in questo paese che, in un momento di crisi come questo, non esita ad avere un occhio di riguardo per gli architetti Olandesi di nascita. Dico questo non per polemica ma per smitizzare l’ Olanda agli occhi dei colleghi Italiani e concentrarsi di più su ciò che c’ è di buono nel nostro paese.
 Qual'è la tua visione dell'Italia ad oggi e del suo futuro? Pensi di tornare e quando?

Sono legatissimo al mio paese. Tuttavia mi rammarico nell’ osservare in alcuni colleghi Italiani un eccesso di vittimismo controproducente. Suonerà un pó come il ‘choosy’ del ministro Fornero, ma intendo dire che se davvero si ha la passione per un mestiere (non solo per l’ architettura) allora bisogna attivarsi ogni giorno, non avere nessun pregiudizio sulle proprie capacità e sulla limitatezza della propria esperienza professionale. Sintetizzo con un concetto che è diventato il mio motto e che mi è stato insegnato da un ex capo (Olandese): “Cerca di fare ogni giorno qualcosa che tu non abbia mai fatto. Sbaglierai, non fa niente. Ti beccherai un rimprovero, va bene lo stesso. Il giorno dopo avrai imparato a farla da solo”.

Allo stesso tempo peró credo che in Italia si fatichi tantissimo ad essere riconosciuti come professionisti ed essere rispettati come tali. Non mi riferisco solo al cliente in se, che spesso chiede ‘lo schizzo’ gratis. Queste cose accadono ovunque. Mi riferisco piuttosto alle istituzioni che sottovalutano l’ importanza del ruolo dell’architetto nella maggior parte delle decisioni riguardanti lo sviluppo del paese, e quindi poco meritevole di un degno ruolo politico. Nei pochi casi in cui ció accade, questo trattamento è riservato a pochi colleghi, possibilmente over 60 e che abbiano esperienza internazionale e quindi che abbiano un merito riconosciuto fuori dall’Italia. È questa la cosa che meno condivido. In Italia si è rispettabili solo se si è svolta pratica professionale in Francia, in America o altrove. Lo dico pur sapendo di trovarmi esattamente in quella stessa situazione. Non mi piace la tendenza Italiana a pensare che l’ erba del vicino sia più verde e che solo emigrando si diventi rispettabili. Credo che ci siano architetti ritornati in Italia che non necessariamente meritino più di altri la stima ed il potere decisionale che hanno, soprattutto in ambiti, come l’urbanistica, che non praticano affatto. Architettura ed urbanistica non sono la stessa cosa. Pianificare una città non è come progettare un edificio. Questi luoghi comuni legati solo alla ‘rispettabilità’ mi annoiano e infastidiscono. In Olanda si può essere curatori di una biennale di Architettura a 35 anni. In Italia bisogna aspettare il pensionamento.

Nonostante queste considerazioni, non c’è giorno che passi che io non pensi ad un ritorno in Italia, ma non in senso fisico. Credo che questo sia un concetto desueto. Vivere in Olanda o in Cina non implica il non poter praticare attivamente in Italia. Tuttavia è pur vero che l’ impegno civico quotidiano conti molto nella pratica. Per cui spero che la carriera mi permetta presto di poter avere un impegno piú costante in Italia, anche di disseminazione e sensibilizzazione culturale, e che mi permetta di esservi fisicamente più presente senza l’ assillo del business che attualmente mi tiene lontano da un Italia un pó impantanata. Non è un caso che la nostra attenzione professionale sia molto rivolta all’Asia, sebbene non perdiamo mai l’ occasione di esprimerci in Italia (per esempio abbiamo appena vinto un terzo premio in un concorso di urbanistica a Biella). Quindi il problema non è legato all’ Italia ma all’Europa intera, troppo in crisi per assorbire il lavoro di migliaia di architetti.

 In chiusura , un consiglio ai giovani...

Mi è difficile dare un consiglio ai giovani visto che in teoria lo sarei anche io, considerando le età medie per l’ affermazione professionale. Quindi il consiglio che do agli altri è il consiglio che do a me stesso ogni giorno: di essere coraggiosi, di non perdersi d’ animo, di non soffermarsi sulle delusioni e di guardare solo al prossimo dei progetti; Di continuare a studiare, di estendere le proprie conoscenze, di saperne di politica, economia, design, scienza; di viaggiare, anche senza un euro in tasca, di non smettere di pensare alle conseguenze di ciò che accade nel mondo perché quelle si ripercuoteranno sul nostro lavoro e su ciò che siamo chiamati ad offrire professionalmente. Consiglio di non darsi limiti perché tutto è possibile e solo credendo nel tutto si può ottenerne almeno una piccola parte. Spaventati? Bene, abituatevi all'adrenalina...




Matteo Coluzzi




    
                                                     




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